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X è Chi se ne frega dei trend, dei cliché, delle etichette, degli stereotipi. Chi se ne frega di cosa potrebbero dire gli altri, chi fa perché gli va non perché deve. X è Chi ogni tanto sa spararsi un bel ECHISENEFREGA perché c'è sempre una soluzione a tutto.

mercoledì 4 maggio 2011

Portfolio night 8. Ready to 9?

Quando appresi che a Milano avrei avuto l’opportunità di incontrare i maggiori Direttori Creativi del panorama pubblicitario italiano che fino a quel momento mi avevano dribblato flaggandomi nella posta indesiderata, acquistai subito il biglietto. Non potevo perdermi un’occasione così ghiotta, una bella abbuffata di consigli se mai gli avessi dato modo di parlare. Decisi di andare sebbene parecchie idee soffrissero per le realizzazioni ancora troppo scolastiche. Per questo presi mezza giornata libera a lavoro per partire alla volta del Portfolio Night. Qualcosa mi diceva che sarebbe successo qualcosa. E poiché il mio intuito non mi frega mai, restai in panne proprio a qualche chilometro dal NABA. Considerando che spesso sfiga e culo vanno di pari passo però trovai parcheggio esattamente nel punto in cui mi ero fermato, non-so-dove-nel-bel-mezzo-di-Milano.

Appena arrivato riconosco subito Francesco Taddeucci che come una rock star conserva sempre lo stesso look a prescindere dai capoluoghi. Questa sì che è Brand Identity. Lo saluto per rinfrescargli la memoria. “Ti ricordi?” Si corruccia nel tentativo di identificarmi “Mi pare di sì”. Non soffre di prosopagnosia. Gli avevo inviato una mail nei mesi precedenti, scuotendogli l'amigdala con il nome della Scuola romana in cui c'eravamo incrociati. “Ah, sì!” Mi aveva detto che se ci fosse stata l’opportunità mi avrebbe fatto fare uno stage in DDB. Il resto sono solo convenevoli e chi s’è visto s’è visto.

Dopo l’accredito al desk ricevo il mio bel pacchetto regalo con la maglietta della serata in cherosene per darmi fuoco più velocemente in caso di disoccupazione coatta. Sono pronto. Ripasso il mio manuale di Pellizzari e, partito il timer, mi preparo ad essere sbrindellato dagli squali. Ma ecco il primo intoppo, c’è stato un errore, mi hanno sovrapposto ad un altro candidato che mi soffia la postazione con il DC della JWT, che cortesemente mi fa segno che “mi farà il culo” più tardi. Così vengo subito rinviato alla postazione di Marco Cremona. Non ho la più pallida idea di chi sia, ma mi ispira simpatia. Nota subito che come lui sono un po’ copy un po’ art. Mi suggerisce di presentarmi alle agenzie in coppia con uno come me, così da colmare reciprocamente le rispettive lacune. Facile a dirsi. Mi raccomanda di aggiungere qualche esempio di guerrilla tra i miei lavori e almeno una campagna multi soggetto. Inoltre sostiene che la mia laurea in lingue dovrebbe essere un punto di forza su cui fare leva anche se il mio inglese diventa fluente solo in caso di lite con gli scozzesi. Non so che impressione gli abbia fatto, ma lui sicuramente ha colto in pieno lo spirito della serata. Cordiale e simpatico.

Alla postazione Saatchi mi attende Alessandro Orlandi. Sembra algido e sofisticato, quasi snob. Procedo esitando perché osserva e non favella, non capisco se apprezza oppure no. Fa pochi interessanti appunti sui Fake e colpo di scena, scatta il complimento. Ho portato una campagna Amref iscritta ad un concorso internazionale. L’idea mi sembrava buona, la realizzazione anche, sebbene non fosse stata selezionata. Temevo che fosse troppo difficile da capire, troppo astrusa per la casalinga di Voghera e d’altronde testandola sui miei amici ne avevo avuto la conferma. Eppure Alessandro ne ha colto subito l’essenza, non è servito che gliela spiegassi per apprezzarne il messaggio. Mi dice che è realizzata proprio bene sia per la copy che per il visual. È incredibile appurare come i Direttori Creativi godano quando il popolino non ci capisce un cazzo. Alla fine Alessandro si rivela più umile di quanto credessi. È stato un piacere averci a che fare.

Scaduto il quarto d’ora, mi lancio al recupero con Flavio Mainoli che probabilmente ha sostituito Chiara Boccassini fregandola al pit stop dal parrucchiere. Con encomiabile solerzia mi consente il quarto d’ora perso precedentemente nonostante tutti stiano già assaporando l’aperitivo del catering. Guarda i miei lavori perplesso. Mi fa la solita domanda, forse d’obbligo: “Sei un copy o un art?”. “Art tendente al copy”. Ribatte: “Eppure sembra un portfolio da copy”. Prima o poi me ne convincerò anche io. Non ricordo i suoi consigli perché le poche espressioni vegetative non manifestavano alcun entusiasmo. L’errore più grande è stato travolgerlo di rational nella speranza e nella convinzione che le idee contino più del resto. Insomma, con pochi movimenti facciali che rasentano il fastidio mi fa capire che non sono all’altezza delle sue aspettative. Ma se fossi così bravo da potermi reputare il migliore, mica andrei a lavorare per un altro. Sarei io a reperire manovalanza. O no? Il morale incomincia a calare, ma non mi arrendo e mi preparo al terzo e ultimo round.

All’angolo sinistro Chiara Castiglioni. Altissima, Peso piuma. Per sbirciare i miei lavori si deve accartocciare su se stessa. All’angolo destro IO. Determinato a fare breccia come comunicatore e con una faccia da culo che non teme rivali. La colpisco con una raffica di idee ma lei non vacilla minimamente pur restando immobile a studiarmi. Incassa senza colpo ferire. Suona il gong finale. Ora è lei a sferrarmi il colpo di grazia. Nonostante si sforzi di essere carina le scappano un paio di affermazioni che quasi mi mandano al tappeto. Parte il JAB: “Voglio essere sincera, sono tempi difficili, non ci sono soldi”, GANCIO: “e poi non saprei dove collocarti”, e io: “voglio fare l’Art!”. MONTANTE: “non so se riusciresti a colmare il GAP con gli altri art!”. Knock Out! Ormai è certo. Essere a metà tra l'art e il copy non è percepito come un plus dai network che devono catalogarti. Inoltre realizzo che, secondo un tipico costume italico, anche nella pubblicità un trentenne è considerato troppo vecchio per essere allevato, ma troppo giovane per avere credibilità. Né carne né pesce, come sempre. Ma la cosa più bella è che non me frega proprio una beata fava di entrare in McCann, mi trovo in quella postazione perché me l'hanno assegnata. Il nostro incontro è scaduto già da 5 minuti e la presenza di un altro ragazzo fuori dal ring interrompe una breve discussione di cui conservo ancora il dubbio: se avessi perseverato m’avrebbe dato una chance? L’incertezza di quel gancio lasciava intendere che forse una speranza ce l’avevo.

Sono esausto. Ho faticato più in questi tre quarti d’ora che in 27 esami universitari. Purtroppo ho parlato incessantemente interpretando l’evento come l’occasione della mia vita per affacciarmi al mondo dei network impedendo ai DC, se non in pochi e fulminei casi, di consigliarmi. Ma non sono ancora soddisfatto. Se ho dato fondo all’adrenalina, ora tocca a loro. Non posso tornare a casa solo con gli adesivi Corbis!

Sebbene il tempo a disposizione dei pretendenti al titolo sia terminato, mi siedo in un altro tavolo con il primo DC disponibile. Non so con chi stia parlando. È svaccato come uno che al bar della domenica c’è andato giusto perché c’erano gli amici. Per quel che mi riguarda potrebbe esser un creativo come me, sembra quasi un mio coetaneo. E mentre vengo corroso dall’invidia gli dico che sono stanco, perché i suoi colleghi mi hanno smontato. Con incontenibile orgoglio mi conferma che nelle agenzie il 90% dei lavori viene smontato di default. Dà un’occhiata sommaria ai miei lavori e mi dice che se voglio fare l’Art devo pensare da Art. Ovvero devo avere IDEE VISIVE. Nel frattempo penso che solo un Digital Retoucher potrebbe liberare i miei insight. Mi dà un altro consiglio: “Allenati pensando a come visualizzare i plus di prodotto. Chenesò, tipo l’auto più veloce con un mantello. Per fare un esempio banale.” Per concludere gli chiedo a quale network appartiene. Risponde Saatchi. E io: “Saatchi??? Com’è possibile? Sono già stato in postazione Saatchi!” E lui sentendosi screditato come un massone a cui hai chiesto la tessera della P2, conferma la sua posizione presentandosi come Luca Lorenzini. “Chiedo venia, pensavo solo che ci fosse un DC per Network.”

Ho ancora tempo per scambiare due parole con il prossimo malcapitato, Francesco Guerrera. Gli dico che sarò disposto ad ascoltare qualsiasi insulto perché sono troppo esausto per argomentare o ribattere. Mi risponde: “Figurati noi!” Mi presento dicendogli che lavoro da poco più di un anno per il settore automotive e lui rilancia confidandomi che a malincuore lui se n’è sparato 7! Appura subito che il mio approccio alla creatività è ancora scolastico, sostiene che faccio il compitino senza andare oltre, e ha ragione. Però è anche vero che avendo iniziato a lavorare subito dopo il Master il mio portfolio ha subìto una battuta d’arresto e che spesso a lavoro mi trovo a produrre merda semplicemente per assecondare l’arroganza dei clienti, sebbene quei lavori non li proporrei neanche alla pizzeria sotto casa. Mi dice che lui presenta sempre due versioni dei lavori, anche solo come esercizio di stile personale. Anche lui si accorge della campagna Amref e si complimenta per l'annuncio, evidentemente l'idea è migliore di quanto credessi. Pochi ma utili consigli fanno di questa ultima chiacchierata uno dei momenti più proficui della serata.

Prima di andare via esanime e ammaccato come una ciliegia dentro un flipper, mi ritaglio cinque minuti per salutare Alex Brunori, la prima persona che a Milano mi ha concesso un po’ di tempo. Di quell’incontro mordi e fuggi davanti una piadina ricordo il consiglio di pensare in maniera worldwide, di perseverare come copy, ma soprattutto la gentilezza di quel “Ciao come stai?” rivolto ad uno sconosciuto appena arrivato al nord con un sogno nel cuore. La dimostrazione che sono le persone a rendere grandi le agenzie e non la fama di una sigla.

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