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X è Chi se ne frega dei trend, dei cliché, delle etichette, degli stereotipi. Chi se ne frega di cosa potrebbero dire gli altri, chi fa perché gli va non perché deve. X è Chi ogni tanto sa spararsi un bel ECHISENEFREGA perché c'è sempre una soluzione a tutto.

lunedì 27 dicembre 2010

Venerdì 17. L'ultimo dell'anno.

Ci vuole coraggio a prenotare un volo di venerdì 17. Oppure solo pochi soldi in tasca. Sì, perché se tutti ti fanno notare che il giorno è funesto e tu per fare l'anticonformista dici "e chi se ne frega" delle superstizioni, alla fine, gufa che ti rigufa, qualcosa succede sul Serio. L’unico vantaggio di un aereo che non decolla è che non potrà di certo precipitare (tiè). 

Venerdì 17 dicembre, tanto per chiudere in bellezza un anno che non è stato proprio il migliore dell’ultima decade, inizia a fioccare. Prima lentamente, poi un po’ più abbondantemente, finché i fiocchi iniziano a scendere vorticosamente e a formare un bel tappeto zuccheroso. Un bambino che si risveglia dal sonno mattutino appoggerebbe il naso alla finestra e direbbe “UAU!” Ma io che devo tornare a casa in aereo, osservo il cortile dell’agenzia lievitare sofficemente e perplesso dico ”MERDA!”.

Fiducioso nell’efficienza lombarda, penso che una regione avanguardista avrà già provveduto con i mezzi spargisale e spartineve a ripulire le strade dato che le previsioni meteo avevano avvertito. E invece no. Mi rendo conto che quando sei italiano non devi mai dare nulla per scontato e che da nord a sud non c'è scampo, non appena il meteo fa i capricci sei fottuto.

Arrivo all’aeroporto con largo anticipo per mettermi al sicuro. Già da fuori lo scenario è abominevole. Il filo spinato recinta una distesa di neve su cui nulla si muove. Le luci fioche dei lampioni intervallano un silenzio ovattato. Sembra Birkenau. Ma sono fiducioso, il mio volo parte tra due ore. Entro e non trovo quasi nessuno a far la fila per i controlli, stranamente un centinaio di persone stanno facendo un’altra coda. Mah! Mentre una persona normale si porrebbe il problema, io filo liscio sulla scia dell’ottimismo, baldanzoso e fischiettante. Manca ancora qualche ora alla partenza e sono convinto che lo staff aeroportuale farà miracoli per rimandarci nei nostri caldi focolari meridionali. Compro persino un libro, perché chissà, forse porteremo qualche ora di ritardo come è già successo in passato. Ma nulla di più, partiremo. Dopo tre quarti d’ora mi avvicino al gate. Il verdetto è inappellabile. Cancelled. CANCELLED!!! Non mi lascio sopraffare dallo sconforto e mi dico "e chi se ne frega, prima o poi doveva capitarmi." Giù la fila agli sportelli Ryanair (avete mai notato che è una parola palindroma?) è lievitata. Circa trecento persone stanno cercando di riprenotarsi sul primo volo utile. Dagli accenti capisci che la domenica non mangiano la polenta, che con le sarde non riesce proprio ad andare d'accordo. La compagine ha i numeri per travolgere il carroccio, ma si sa: "per le feste siamo tutti più buoni e tolleranti". Intanto, salto la coda perché penso di aver risolto telematicamente essendomi avvalso de "l’aiuto da casa".

Ma il bello deve ancora arrivare. Fuori incomincia a formarsi la calca per andar via. Il buonsenso vorrebbe che i servizi pubblici siano stati allertati del blocco aeroportuale e che siano state incrementate le navette per il centro città. E che cazzo siamo al Nord! MACCHÉ! Lo scenario è disarmante. Gli autobus stentano ad arrivare e centinaia di persone rischiano di restare lì, annaspando come lucertole nella granita. Ora è tutto chiaro! Intuisco il subdolo piano orobico: hanno approfittato del disagio e con una manovra a tenaglia ci hanno intrappolato nella morsa del gelo. Avrebbero potuto farci volare via, ma non hanno voluto. Avrebbero potuto rincasarci nelle varie province della pianura da cui siamo affluiti garantendo un servizio navetta ancora più efficiente e gratuito, ma non hanno voluto. Evidentemente confidavano nella nostra permanenza, potendo così imporci i classici prezzi aeroportuali morigeratissimi. Sono convinti di averci nel sacco ma si sono fatti male i conti. Regna disgusto e disorientamento. Ma restiamo uniti. E quando arriva la prima navetta c’è talmente tanta gente ad aspettarla e ad avvinghiarla che mi sembra d’assistere alla presa dei Black Block di una camionetta della polizia (io l’avrei ribaltata, anche perché non sono riuscito a salire sulla prima). Purtroppo devo restare fermo un giro, rilanciare i dadi e ne approfitto per riflettere.

È in questi momenti, infatti, che ti vengono le idee migliori. Analizzi il disagio e ne cerchi il rimedio. Immagino quanto sarebbe bello avere a tiro un responsabile, uno qualsiasi, per mollargli un pugno sul grugno e cantargliene quattro. E allora mi invento un servizio destinato a rivoluzionare il modo di gestire la rabbia (non dimentichiamo che ho già inventato la mutanda "Granpene" in risposta a "Belseno" Lepel, una razza canina che fiuta i "gratta e vinci" vincenti, la fiocina bluetooth e tanti altri brevetti che mi renderanno milionario se mai la pigrizia mi consentirà di proporli a qualche imprenditore). L’idea è questa: si organizza una specie di Customer Care da chiamare alla modica cifra di 1€ a telefonata (si paga solo lo scatto alla risposta per non inferocire ulteriormente l'utenza con costi aggiuntivi). Al Call Center gli addetti si spacciano per i responsabili di un eventuale disservizio all'insaputa dell'utente, beccandosi tutta la trafila di insulti. A questo punto il povero cittadino, normalmente costretto a fare le spese delle negligenze altrui, per una volta si sentirà sollevato (erroneamente) per aver espresso il proprio disappunto nella speranza di poter cambiare il corso degli eventi. E così la prossima volta dovrà solo augurarsi che non gli succeda di nuovo perché con certezza matematica accadrà di nuovo.

giovedì 16 dicembre 2010

merry X mas

Anche se quest'anno abbiamo consultato l'oroscopo affidandoci ai migliori astrologi che da gran volponi ci dicono "non credete negli oroscopi, ma verificate". Anche se abbiamo grattato, quasi scorticato, le patine argentate con la speranza di stravolgere mesi irreparabilmente nefasti. Anche se abbiamo giocato al superenalotto sperando in una mega pomiciata con la dea bendata che spesso ci dà l'amore quando in realtà farebbe meglio a darci un po' di grana. Anche se abbiamo fatto gli scongiuri quando tutti ironicamente ci auguravano qualche piccola sciagura perché ci vedevano sereni nonostante le avversità. Anche se di SE e compromessi per tirare a campare non ne possiamo più e speriamo sempre nell'anno successivo per una sorte più benevola (un po' come abbiamo già fatto l'anno scorso).  Anche se non sopporto questa festa per il semplice fatto che è nata per ricordare il bambinello ed è finita per vegliare la tredicesima, esigere regali di un certo valore, scambiare sorrisi forzati e votarsi a supercenoni mentre mezzo mondo muore di fame... Auguriamoci un Buon Natale e concludiamo anche quest'anno con un bel "E chi se ne frega" se tutto ciò che desideravo, o in parte, non s'è realizzato. Fortuna che anche quest'anno sono riuscito a sopravvivere...

martedì 7 dicembre 2010

Monsieur Gaffes.

Quando facevo il liceo ero preparatissimo sulle figure retoriche. Crescendo mi sono specializzato in quelle di merda. O per usare un francesismo: in Gaffes.

Sembra facile poterne mettere a segno una che istighi persino la fototessera nel portafogli a dire “questo io non  lo conosco”, ma in realtà servono alcune doti singolari per intavolare una bella figura di merda: 1)sesto senso per situazioni che fluttuano nell’etere e che nessuno percepisce a parte la tua mente malata 2)spontaneità 3)sfiga senza precedenti. Diciamo che negli ultimi anni ho cambiato le pastiglie dei freni alla lingua, ma al liceo ne mettevo a segno una dietro un’altra, cacciandomi in vere e proprie situazioni paradossali. Ogni volta che denigravo qualcuno, tra gli ascoltatori veniva sempre fuori un parente. Anche di terzo grado, ma parente, cazzo. Frequentando l’università poi avevo molte colleghe che ogni tanto incontravo in giro per la città. Ogni volta che le invitavo a salutarmi il fidanzato, benché piccoli indizi mi facessero presagire puzza di crisi, la risposta era: "ci siamo lasciati." E poi tutt'oggi, in barba all'orgoglio paterno, inverto sempre il sesso dei poppanti che incrocio al supermercato. "Femmina?" "NO! Maschio." "Maschio?" "NO! Femmina." Da guinness. Così all’età di 30 anni, tondi tondi, ho stilato una top ten per ricordarmi degli anni d'oro in cui avrei fatto impallidire persino Ben Stiller.

10) Mi trovo a bordo vasca per il Servizio Civile. La piscina ha una larga vetrata che si affaccia su un giardinetto. Io sto a circa 20 mt. da questa e fuori avvisto un tizio piuttosto basso con un cappotto e un basco nero alla francese che si muove in modo goffo. Visto così mi sembra il Ragionier Fantozzi. Così chiamo il mio collega e incomincio a gridare divertito: "Matteo, guarda, guarda. Fuori C'è Fantozzi. Sì, sì, è proprio lui! Fantozzi! Fantozzi!" Attratta dalla baldoria si avvicina anche la responsabile di progetto e mi dice: " Ma chi? Fantozzi? Quello? Ma quello è mio marito!" A distanza di anni mi auguro ancora che sia stata lei a prendere per il culo me. Consiglio: evitate di ridicolizzare gli altri ed eviterete vicoli ciechi per la vostra dignità.

9) Arrivo a Londra e mi viene a prendere a Heathrow un collega di università a cui mi sono appoggiato per il mio soggiorno britannico. Entriamo in metropolitana. È gremita. Restiamo in piedi. Non trovo alcun appiglio se non alla sua spalla. Gli sto dietro come se stessimo facendo un trenino dell’amore e gli dico: "Scusa Ale per questa posizione stile frocione.” Arriviamo alla nostra fermata. Raggiungiamo casa e non appena entrati mi dice che il suo coinquilino è gay e mi chiede se mi dà fastidio. Rispondo di no e lui approfitta della mia neutralità sull’argomento dichiarando subito che anche lui lo è. Bene. Penso tra me e me: “Cazzo! poteva dirlo prima, ma in Italia mi aveva detto che aveva avuto un paio di ex-ragazze." Anche se avevo già sentito puzza di conflitto ormonale. Consiglio: se senti nell’aria una femminilità latente ma non ne hai le prove, non fare allusioni.

8) Stiamo festeggiando la laurea del mio migliore amico. Il ristorante è prestigioso, si chiama Regine. È una cena per pochi intimi, parenti ed amici stretti. Notando una scarsa somiglianza tra la mamma e la zia del mio amico, per movimentare la serata mi accerto: “Ma voi siete sorelle vero?” (non avessero mai detto di sì) e rilancio: “Naturalmente si vede subito che la mamma di Giorgio è più giovane!”. E Giorgio, nell’imbarazzo generale: “Ehm, veramente mia madre è la grande.” Nel frattempo la zia impallidisce promettendo nel suo intimo una sanguinosa vendetta. E io: “E vabeh, avrò pure fatto un torto alla signora, ma in compenso ho fatto anche un gran complimento alla mamma del mio più caro amico!” Tutti mi implorano di non perseverare. Consiglio, mai pronunciarsi sull’età delle donne se non sapete mentire.

7) Le signore di una certa età mi han sempre fatto fare figura in certe situazioni. È sera, sono le 22 circa. Io, Giorgio e mio cugino aspettiamo una ragazza in auto, sotto la luce fioca di un lampione. Arriva in jeep, ma non è lei che guida. Complici le tenebre e il mio vago daltonismo mi preparo ad una bella figuraccia. Esordisco per lusingarla: “Complimenti Laura. Atletica tua nonna!” e lei: “Mia nonna??? Ma quella è mia madre!!!” e io rilancio: “Con tutti quei capelli bianchi?!?” e lei: ”sono Biondi!”. In macchina gli altri due si stampano un sorriso isterico scusandosi: “Non ci fare caso. Non lo fa apposta.” Consiglio: vado sul classico. La parola è d’argento, ma il silenzio è un caveau d’oro.

6)È una sera d’estate e decido di andare a comprare il gelato. Come di consueto indosso i sandali da mare con cui da circa 6 anni passo le mie calde 24 ore. L’ingresso del gelataio e preceduto da 2 gradini di marmo probabilmente inumiditi da una leggera brezza crepuscolare. Entro saltellando e scivolo rovinosamente stramazzando sull’uscio. Ma non basta. Nell’impatto travolgo l’intera rastrelliera di patatine in busta posta proprio all’angolo. Gli snacks mi piovono addosso senza distinzione di gusto. Il gelataio mi guarda impietrito brandendo il cono che stava guarnendo. Consiglio: anche se vi affezionate alle cose, dopo un po' cambiatele, perché l’usura potrebbe danneggiarvi seriamente.

5)Siamo al mare e mia sorella ci ha appena presentato un’amica. Si chiama Aurora. Parto con la specialità della casa: giudicare i nomi e farli a fette col machete. Espongo a tutti un atavico quesito. Perché avere più nomi quando ne basta uno, a maggior ragione quando è bello? Faccio un esempio per coinvolgere i presenti e dico: “Per esempio Aurora è un bellissimo nome. Poco comune, romantico, dolce. Se adesso aggiungessimo… che ne so… tipo… Maria Filippa! Aurora Maria Filippa perderebbe tutta la sua poesia. O no?” E lei: “Scusa, ma mi hai messo le mani in borsa?” e io: “Cosa? Io non so neanche qual è la tua borsa!”. E lei di nuovo: “No, dico: hai visto la mia carta d’identità? No, perché io mi chiamo Aurora Maria Filippa.” Consiglio: ogni tanto fatevi i cazzi vostri.

4)Ma quando si parla di nomi, talvolta può partire anche la disquisizione fonetica/etimologica. Sono arrivato in Lombardia da pochi giorni. Mio cugino mi porta a casa di amici. Viene fuori l’argomento nomi. Sostengo che ci siano nomi che suonano bene ed altri no. Tra questi c’è Calogero, che sebbene alla radice abbia la parola greca Kalòs, bello, suona brutto, non si può sentire. Cacofonico a tal punto che persino in Sicilia, dove dovrebbe essere tipico, quasi nessuno si chiama più così. Faccio il figo perché penso che una tesi simile in Lombardia sia inattaccabile. I potenziali Salvatore, Giuseppe, Carmelo e compagnia bella dovrei averli lasciati oltre lo stretto. Dopo aver schifato per benino il nome, la padrona di casa mi guarda e fa: “Hai finito? Io sono di Naro, in provincia di Agrigento. Il patrono del mio paese è San Calogero, quindi immagina quanti dei miei parenti possono chiamarsi così.” E per dimostrarmi quanto appena detto, va in camera da letto e torna con un’immaginetta sacra di sto benedetto Calogero. Qui non c’è alcun consiglio. Quando la sfiga è in agguato non c’è santo né provincia che ti può salvare.

3)Sono sul motorino con mia sorella. Siamo in due, senza casco, senza specchietto, sorpasso da destra e passo con il rosso. Insomma, merito un 41 bis. Mi fermano i vigili. Devo inventare una scusa plausibile e fulminea per discolparmi. Cosa mi viene in mente? "È una delle poche volte!". "Ah!" risponde il vigile "allora lo fa spesso... ma lei non è il figlio di..." "Sì, sono io". Spero non riferiscano. Mio padre torna da lavoro, non varca neanche la soglia di casa che mi dice "...E poi cosa gli vai a dire?!?... Sei un idiota!!!" Consiglio: se nella vita non volete rigare dritto fatevi una bel corso di teatro.

2)Mi trovo in un mini market di Roma per acquistare un panino. Nell'attesa assisto ad una scena surreale. Un muratore, in evidente confidenza col titolare del market, litiga col salumiere che lo incita a saldare il conto arretrato. Il muratore continua a scusarsi dicendo di non averne la facoltà e di "stare come la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale". Distrutto, senza alcun sostegno economico, insiste dicendo di non poter pagare e di non sapere come fare. Dopo una tiritera di 5 min. per metter fine alla sceneggiata, lo guardo e gli dico: "Non sa come pagarlo? Col Piano Marshall!" Lui mi guarda per qualche secondo in silenzio senza battere ciglio. Il suo sguardo è così fisso che nell'imbarazzo generale mi induce quasi a pensare "ora mi alza le mani".  All'improvviso esplode: "BRAAAVO. Col Piano Marshall, e con che, se no? BRAAAVO. Il ragazzo è acculturato, mica come voi che siete delle zappe di Frosinone". Quasi mi rincorre fino all'uscita complimentandosi. Qui la figura di merda è stata tanto sottile quanto implicita. Pensavo di bruciarlo con una battuta sofisticata, mentre è stato lui a insegnarmi a non sottovalutare mai né le persone né le situazioni in cui talvolta è meglio starsene a guardare.

1) Mi trovo in metropolitana. Ancora a Roma. Da un po’ di tempo i servizi segreti allertano sulla possibilità di un attentato terroristico e i mass-media collaborano nel creare la solita psicosi collettiva a cui in genere aderisco volentieri. Il mio vagone straripa di gente. C’è una signora musulmana col burqa che si lancia occhiatine cifrate in arabo con un altro mediorientale. Sembra abbiano due figli, eppure leggo quei piccoli gesti come un: “quando te lo dico io premi il pulsante.” Insomma, monitoro la soluzione. Guardo chi c’è in torno e se stanno tenendo d’occhio la situazione. Mi pare che tutti abbiano gli occhi puntati sulla coppia musulmana. Arriviamo a Termini. Stazione centrale. Ora centrale (10 del mattino circa). Il momento è perfetto per una strage in stile Al-Qaeda. La donna porta la mano al petto come per aprire una zip. Ne apre la metà. Non so cosa vedo. L'ippocampo allerta le sinapsi. Le sinapsi lo mandano a'ffanculo. Mi scatta il panico. Le blocco la mano impedendole di andare oltre e le dico: “Signora, cosa sta facendo!” Vedo già i titoli: “Ragazzo scongiura attentato in metro.” “Siciliano evita una carneficina.” “Al Qaeda fermata da un giovane eroe”. Sta di fatto che si crea il vuoto attorno a me, manco se la bomba fosse detonata realmente e la gente guarda basita (anche se sono sicuro che avrebbero voluto fare lo stesso), in più un prete africano inizia ad ammonirmi: “Cosa fai? Come ti permetti? Tu non puoi toccarla!” Cerco di giustificarmi mentre il vagone si svuota e il prete continua la sua omelia sull’arroganza dei cristiani. Resto fermo alla fermata della metro, per riprendermi dall’accaduto. È come se in realtà non avessi vissuto razionalmente l’evento, come se l’avessi osservato dall’alto. Aspetto un po’. Allungo l’orecchio verso il buio del tunnel per cercare di carpire un’eventuale deflagrazione a distanza e congratularmi con me stesso per aver salvato la vita a quei diffidenti per nulla riconoscenti. Ma nulla. Mi rassegno. Ho fatto solo la più grande figura di merda capitolina.